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6 aprile 2026, Chiesa di Santa Maria del Suffragio: il discorso del Sindaco Biondi

comunicato
06/04/2026

L’Aquila medievale, barocca, umbertina - nascosta dalle impalcature per la messa in sicurezza post sisma - aveva perso i suoi contorni, per essere solo un luogo di silenzio e di struggenti ricordi.

Da diciassette anni - e con maggiore intensità in questi giorni di commemorazione - il silenzio ci ricorda chi abbiamo perduto sotto le macerie e di come lo stare insieme sia fare memoria, per interrogarci ancora sul senso di quanto accaduto, per raccontare ancora di quella notte troppo buia, per sostenerci reciprocamente in una sospensione esistenziale, condivisa e sincera.

Ma la memoria trova il suo senso se interroga anche il presente, perché il dolore per chi non c’è più e per quanto è accaduto può e deve trasformarsi in lezione di vita, nutrimento per la costruzione del futuro.

L’Aquila ha il suo Pantheon, il suo famedio identitario, dove “riposano”: le genti dei castelli fondatori; l’imperatore Corrado IV; Papa Celestino V; Margherita d’Austria; i Nove Martiri giovinetti; i 309 angeli; Papa Francesco… insieme raccontano molto della nostra storia e di come nasce la forza rigeneratrice degli aquilani.

I latini indicavano l’identità con la locuzione genius loci, lo spirito del luogo, generato dall’incontro tra geografia e storia, natura e cultura, religione e tradizioni, memoria e visione, immagini e simboli.

Il simbolo - secondo alcuni pensatori è un più senso, un accumulo di significati - ha una precisa funzione, perché l’uomo è in grado di sintetizzare il molteplice del mondo sensibile attraverso forme culturali.

La nostra identità, quindi, è data anche da quella forma culturale che sono i simboli che ci raccontano da dove veniamo, come l’aquila imperiale della dinastia federiciana; che ci ricordano la nostra rifioritura dopo il 6 aprile 2009, come il segno della rinascita; che esaltano il titolo di Capitale italiana della cultura 2026, come il rosone tridimensionale.

Il genius loci, spirito di un luogo, è fatto anche della rassicurante quotidianità, cioè di famiglia, di leggere una fiaba ai nipotini, di cantare sotto la doccia, di una buona tazza di caffè, di esami all’università, di lavoro, di palestra, di godere della bellezza delle arti o di un buon libro o di un film avvincente…insomma di quell’insieme di azioni, rapporti e momenti gioiosi o tristi che ci fanno sentire sicuri, accolti, in pace.

Per quasi ottant’anni il mondo moderno ha sperimentato un fenomeno straordinario, un periodo di relativa assenza di conflitti, che ci hanno permesso finora di attraversare le nostre vite senza grandi scossoni.

 Questa lunga pace - che rappresenta un’anomalia nel contesto della storia, se confrontata con i secoli precedenti - è stata violata dalle moderne promesse di conflitti ad alta tecnologia e dall’illusione che la guerra oggi possa essere asettica e rapida.

La realtà dimostra il contrario: nonostante l’evoluzione delle armi e delle tattiche, la guerra non sarà mai breve né economica e le sofferenze restano immense, con troppe vittime innocenti e intere popolazioni costrette alla fuga.

In questo sconquasso e in questa indeterminatezza esistenziale, i cittadini del mondo si trovano - come gli aquilani la notte del 6 aprile 2009 - a cercare un barlume di speranza che permetta di andare avanti.

In questi anni di ricomposizione delle nostre vite, noi aquilani ci siamo aggrappati a quella speranza che ci è stata consegnata da Celestino V attraverso la Bolla del Perdono e che ha portato Papa Francesco a elevare L’Aquila a capitale del Perdono e della Pace.

In tempi di drammatiche tensioni internazionali, in questo giorno dedicato al ricordo delle vittime del sisma, le parole di Leone XIV offrono conforto: nel cuore della notte, quando tutto sembra crollare, Gesù mostra la speranza cristiana; questa speranza non consiste nell’evitare il dolore, ma nel credere che, anche nelle sofferenze più ingiuste, si può nascondere il germe di una vita nuova.

Sostenuti da una speranza tenace, in questi diciassette anni gli aquilani hanno perseguito con determinazione la rinascita della città e del suo territorio, hanno lavorato con impegno, insieme a tutte le istituzioni, non ultima la Chiesa.

Hanno perseguito la rinascita con coraggio, quel coraggio che non fa rumore, fatto di passi costanti, mani instancabili, intelligenze perseveranti, cuori che non si arrendono, nel ricordo e nel rispetto di chi abbiamo perso in quella drammatica notte di 17 anni fa.

Come Capitale italiana della cultura 2026, con il pensiero rivolto a loro, celebriamo l’Aquila nuova.

 Una città e un territorio che hanno fatto già grandi passi verso una rinascita compiuta, ma che continuano ad avere bisogno di cura, di impegno, di altre azioni concrete, di nuovi progetti e ulteriori opportunità di crescita.

La memoria è conservare e trasmettere ciò che è rimasto e le vite di chi non c’è più: Figli della storia, del cantautore abruzzese Setak, scritta in collaborazione con Simone Cristicchi, evoca, con accenti emotivamente intensi, questa relazione con il passato.

Setak immagina di dialogare con una persona anziana, di ascoltare le storie di una vita trascorsa, ricordando che la memoria è fondamentale e va tramandata affinché sia base per la costruzione del futuro: Siamo figli della storia - canta Setak - siamo chi ci ha preceduto nel suo procedere incerto.

È una esortazione a sollecitare i nostri giovani a guardare L’Aquila e il suo territorio con curiosità e stupore:

  • perché i luoghi formano, educano e accolgono;
  • perché si può crescere e innovare rimanendo fedeli alle proprie radici;
  • perché noi “grandi” continueremo a vivere le 3.32 di ogni notte come un doloroso memento;
  • perché ai nostri figli dobbiamo raccontare la vita che è nata da quelle macerie.

Essere Capitale italiana della cultura significa dimostrare amore e volontà di custodire le proprie radici, che possono diventare più forti se incontrano l’entusiasmo delle nuove generazioni.

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